
La scorsa settimana sono stati diffusi, sui principali quotidiani nazionali, i risultati di uno studio condotto da Ditigal Advisory Group, DAG – gruppo formato da oltre 30 organizzazioni e aziende, nazionali e internazionali, pubbliche, private e università tra le quali Microsoft, Google Italia, Telecom, Cisco System, Mc Kinsey e la Bocconi di Milano e il Politecnico di Torino – che aveva l'obiettivo di “fotografare” l'impatto della cosiddetta “economia digitale” in rapporto al Pil del nostro Paese.
Il quadro che emerge, di seguito riportato negli indicatori ritenuti più pertinenti, dovrebbe davvero far riflettere.
Innanzitutto va sottolineato il dato della crescita economica “di settore”: nel panorama assai poco confortante degli anni duemila, caratterizzati per lo più da una sostanziale stagnazione economica a livello di crescita, l'economia digitale ha fatto registrare un impatto diretto sulla crescita del Pil pari al 2%, per un valore di circa 30 miliardi di euro; ancor più interessanti i trend: dal 2005 al 2010 l'economia digitale è cresciuta a un tasso 10 volte superiore rispetto alla crescita economica generale (Pil) contribuendo per il 14% alla crescita economica italiana.
In termini assoluti, tra i circa 30 miliardi diretti e i 20 generati dall'indotto, il contributo dell'economia digitale alla produzione economica dell'Italia si attesta intorno ai 50 miliardi di euro (per rendere l'idea, all'incirca la somma delle due manovre correttive varate dal Governo tra luglio e agosto per rispondere alle tensioni sul debito).
Sul piano dell'occupazione, questa crescita ha prodotto (dall'avvento di internet ad oggi, circa quindici anni) oltre 700.000 posti di lavoro che, con un tasso di sotituzione del 1.8%, si traducono in 320.000 posti di lavoro netti.
Numeri straordinari o almeno altamente soddisfacenti? Agli occhi di chi scrive nemmeno confortanti.
Se pensiamo che l'Italia si colloca al 40° posto su 72 in un particolare indice che attesta la qualità e quantità delle infrastrutture e reti informatiche (focalizzato prevalentemente su due parametri: la velocità in download e in upload e l'affidabilità e disponibilità della connessione di rete), il Broadband Quality Score; che, con il punteggio di 27/100 è al limite per assicurare un uso agevole della rete e delle applicazioni internet attuali; e soprattutto, che gli scarsi investimenti (e spesso male indirizzati!) nelle reti e nelle infrastrutture informatiche hanno fino ad oggi contribuito a scoraggiare una parte di PMI ad investire nella propria informatizzazione, sembrerebbe più logico parlare di occasioni sprecate piuttosto che inneggiare al “boom” dell'economia digitale.
Nel prossimo intervento analizzeremo altre variabili dei dati generali sopra forniti specialmente riguardo al valore degli investimenti nel web per le PMI (piccole e medie imprese) in rapporto ai competitors e ai consumi.
Nxn - Div. Press, Media Communications